Regole d’Ampezzo e rappresentanza femminile. La risposta è nel diritto consuetudinario.

La notizia del rifiuto da parte dell’assemblea delle Regole d’Ampezzo di ammettere fra i propri membri le donne ha avuto molto risalto sulla stampa nazionale, come è naturale, ma ha dato il destro per una serie di notazioni poco esatte sulla realtà della proprietà collettiva.

La proprietà collettiva non è un’associazione, in cui ci si possa iscrivere su base volontaria. Essa è il rapporto indissolubile tra un territorio – sempre marginale dal punto di vista economico- e la sua comunità di riferimento. Può essere aperta (tutti i residenti di un dato territorio ne fanno parte solo per questo fatto) o chiusa (solo i discendenti di talune famiglie possono parteciparvi), ma essa non può prescindere dalla effettiva permanenza sul territorio. Le Regole sono una proprietà chiusa, autonoma come tutte nel determinare le condizioni per il proprio esercizio.

Perché di questo si tratta: la proprietà come tale è di tutta la comunità, quindi anche delle donne che fanno parte di ciascuna famiglia regoliera. Il laudo può regolarne solo l’esercizio, stabilire le modalità con cui si decide lo sfruttamento comunitativo dei beni, col limite della inalienabilità e dell’indivisibilità.

La Corte Costituzionale ha sfiorato la questione nel 1988, con l’ordinanza n. 917, con la quale dichiarava manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale avanzata sul punto dal Pretore di Cortina d’Ampezzo, adito da un dipendente delle Regole che agiva contro il suo licenziamento. Il ragionamento dell’attore era il seguente: posto che lo statuto delle Regole è incostituzionale perché non ammette le donne, ogni atto preso in esecuzione dello stesso – come il suo licenziamento- sarebbe dovuto cadere.

La Corte affermò che gli Statuti delle Regole, fatti sopratutto di antiche consuetudini, non avevano forza di legge, e che quindi non erano censurabili di fronte ad essa. In quanto norme private, esse dovevano rispettare la legge. Il problema è: la legge impone a una associazione privata la parità di genere sempre e comunque? La risposta è ovviamente negativa: una donna non può agire in giudizio per essere ammessa in un club di soli uomini, e viceversa. Diverso il caso se quell’associazione concorre per un riconoscimento o un contributo pubblico: la legge può ovviamente subordinare alla parità di genere il riconoscimento dell’associazione privata.

Non è questo il caso delle Regole d’Ampezzo, malgrado ad esse la legislazione statale come regionale riconosca una rilevante funzione di tutela ambientale, che viene altrove svolta da organi della Pubblica Amministrazione. Nell’ordinanza n. 917/88 la Corte fu chiara nel dire che il riconoscimento che la seconda legge sulla montagna, la l. 3 dicembre 1971 n. 1102, fa delle comunioni familiari montane non ne muta la struttura consuetudinaria, non le fa diventare, in ultima analisi, enti pubblici.

 

In linea di principio, è dunque fuori luogo accusare le Regole di non rispettare i valori della Costituzione e degli strumenti internazionali cui da tempo si riconosce rilievo costituzionale, come la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo. Le Regole non sono emanazioni dello Stato: rispetto ad esso sono soggetti privati, che possono decidere in piena autonomia come esercitare il diritto di proprietà di cui -è questo il punto che spesso non si capisce – non sono titolari, ma solo gestori.

Fa bene dunque l’assemblea dei capifamiglia a escludere le donne? No, ma per un motivo che attiene al proprio diritto consuetudinario, non a quello statuale o sovrastatuale. Il soggetto che partecipa della proprietà collettiva è la famiglia, non il capofamiglia. Gli antichi laudi, seguendo la cultura del loro tempo, facevano del capofamiglia maschio il solo possibile rappresentante della famiglia regoliera, ma nulla toglie che, oggi, questa norma possa essere cambiata, mantenendo il principio che essa voleva tenere fermo: l’eguaglianza tra le famiglie.

Appartiene allo statuto di qualsiasi proprietà collettiva il principio per cui ciascuna famiglia ha un peso eguale alle altre a prescindere dal numero dei propri componenti. Limitare le decisioni ai capifamiglia aveva questa funzione: rendere eguali le famiglie numerose a quelle che lo erano meno e quindi garantire un’equa possibilità di accesso alla risorsa comune. Questo stesso principio può essere salvaguardato oggi semplicemente esplicitando il principio della soggettività familiare e stabilendo l’indifferenza di genere nella rappresentanza della famiglia regoliera.

In altri termini: nelle assemblee ogni famiglia vale un voto, come accade adesso, ma a differenza di adesso si può stabilire, senza mutare in nulla l’essenza della proprietà collettiva, che il voto sia portato da un membro della famiglia scelto da questa volta per volta. Un voto per famiglia, che sceglie tra i propri membri chi deve portarlo in assemblea: uomo o donna che sia.

Ancora sull’Isola di Budelli. Un articolo di Giovanni Valentini su Repubblica.

Un articolo di Giovanni Valentini su Repubblica rilancia il dibattito sull’Isola di Budelli, compresa nel Parco della Maddalena. L’isola è sempre stata in proprietà privata, ed è stata da ultimo acquistata da un miliardario neozelandese, Michael Harte. L’Ente Parco chiese di esercitare il diritto di prelazione. Harte ricorse al TAR, che accolse la tesi dell’Ente, e poi al Consiglio di Stato, che invece gli dette ragione.
A giudizio del CdS, l’Ente parco non aveva il potere di esercitare la prelazione, non avendo qualificato Budelli come area espropriabile nel suo piano.
Il punto è proprio questo: per poter essere avocato alla proprietà pubblica, un bene deve essere dichiarato di pubblica utilità. La finalità è la garanzia dei diritti di proprietà: il privato deve sapere prima se il suo bene è espropriabile o meno. La legge istitutiva del Parco, del 1994, imponeva all’Ente di predisporre questo piano, e quindi la dichiarazione di pubblica utilità, entro diciotto mesi dalla sua promulgazione. Ove l’Ente Parco non avesse provveduto, il Ministero dell’ambiente avrebbe dovuto farlo al suo posto.
Nulla è successo. Dopo dieci anni l’Ente Parco ha commissionato la redazione del piano a soggetti esterni, e dopo altri dieci anni la cosa non è compiuta.
Va tenuto comunque presente che Budelli è tutelata da numerosi vincoli del Codice dei Beni culturali e del paesaggio, che comportano la inedificabilità assoluta dell’isola. Unico intervento ammissibile é il recupero nella cubatura attuale dei pochi edifici esistenti.
Questo è quanto il proprietario dell’isola ha dichiarato di voler fare, presentando le sue richieste di autorizzazione. Il proposito dichiarato da Harte è quello di usarli per un centro di studi naturalistici. Per Valentini, ciò potrebbe essere solo l’inizio di uno sfruttamento dell’isola, per come l’esperienza suggerisce. Da qui la necessità di espropriare Budelli.
La domanda è un’altra: espropriare l’isola per farne che cosa? La tutela naturalistica dì Budelli è già assicurata dai vincoli, tant’è vero che sull’isola nessuno ha potuto costruire. Espropriare significa quindi avere un’idea ulteriore per Budelli, e soprattutto la capacità di portarla avanti.
Possiamo riconoscere tale capacità in uno Stato che non ha adottato un piano del Parco per ben ventuno anni? Possiamo chiedere a uno Stato di essere responsabile, quando non è riuscito a richiamare un proprio soggetto, l’Ente parco, alle sue responsabilità?
Prima che espropriare Budelli dovremmo pertanto pensare al commissariamento e alla liquidazione del Parco della Maddalena, cosa per cui non serve nessuna dichiarazione di pubblica utilità.

Usi civici: inammissibile l’integrazione del contraddittorio nel reclamo in Appello. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 23 settembre 2015, n. 18768

La  Corte di Cassazione conferma il suo orientamento sull’inammissibilità dell’integrazione del contraddittorio nel giudizio d’appello avverso la sentenza del Commissario. Tra le particolarità del giudizio per l’accertamento degli usi civici, come disciplinato dalla l. 16 giugno 1927 n. 1766 e dalla l. 10 luglio 1930 n. 1078, vi è quella per cui il reclamo dinanzi alla Corte d’Appello deve essere notificato a tutti i controinteressati alla riforma della sentenza. Mentre quindi la legge non richiede – unico caso tra i diritti reali – il litisconsorzio necessario nell’introduzione del giudizio, richiede l’integrazione del contraddittorio in appello a tutti coloro i quali possano essere interessati dalla riforma della sentenza.

Una norma che trovava maggior fondamento nell’impianto originario della legge, che vedeva nel Commissario un giudice che doveva decidere in via incidentale della c.d. qualitas soli.

La Corte ribadisce il suo orientamento per cui la norma dell’art. 4 della l. 1078/1930 è speciale rispetto al principio del c.p.c. che ammette l’integrazione del contraddittorio anche in appello.

Una soluzione che continua a destare perplessità. Che fare se, ad esempio, il terreno è stato dato in concessione nella pendenza del giudizio di primo grado e il concessionario non si è costituito in quella sede? Come può il reclamante conoscerne l’esistenza?

Cass. civ. Sez. II, Sent., 23-09-2015, n. 18768

Usi civici. La cassazione interviene sugli oneri del procedimento commissariale iniziato d’ufficio. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 16 luglio 2015, n. 14923.

La sentenza in oggetto interviene su una questione peculiare del procedimento commissariale per l’accertamento degli usi civici: le spese del procedimento iniziato d’ufficio. Il Commissario gli usi civici mantiene ancora oggi il potere di iniziare d’ufficio il procedimento, con norma che più volte ha passato indenne il vaglio della Corte costituzionale. Nel caso di specie, il Commissario per la liquidazione degli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana aveva disposto l’inizio di un procedimento dinanzi a sé per l’accertamento degli usi civici in un comune laziale. Il procedimento si è poi estinto per decreto dello stesso Commissario, che ha rilevato il proprio difetto di giurisdizione in confronto con la Regione Lazio, cui nel frattempo erano passate le competenze cosiddette “amministrative” in materia.
Prima di estinguersi, tuttavia, il processo aveva generato delle spese, che erano state poste provvisoriamente a carico del Comune resistente, e sulle quali la sentenza definitiva non si pronunciava in alcun modo. il Comune propose reclamo, sostenendo che l’onere delle spese spettasse all’ufficio di Commissario in quanto tale. La Corte d’appello di Roma, sezione specializzata usi civici, riteneva che non vi fosse più uno spazio processuale per poter decidere della questione.
La Cassazione risolve la questione apparentando logicamente la figura del Commissario quella del Pubblico Ministero, il cui ufficio non può essere onerato delle spese per i procedimenti cui dà avvio.
Un principio di diritto, quello espresso nella sentenza che qui si riporta, che dovrebbe spingere i soggetti coinvolti nel giudizio iniziato d’ufficio, soprattutto gli enti territoriali, alla partecipazione attiva nello stesso: se il Comune avesse sollevato per tempo nel giudizio dinanzi al Commissario la questione circa le spese, la sentenza  che nulla avesse disposto sulle stesse sarebbe stata nulla, per difetto di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato, e come tale impugnabile con il reclamo.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 16-07-2015, n. 14923

L’opera abusiva compiuta su terreno demaniale deve essere rimossa nonostante la sua esiguità. T.A.R. Calabria Reggio Calabria, Sentenza 28 settembre 2015, n. 926

Un soggetto costruisce un immobile e ne condona poi taluni abusi edilizi ai sensi delle leggi allora vigenti (si parla del primo condono del 1985). Istruendo la pratica per il condono, il Comune di Reggio Calabria ebbe modo di accorgersi che la recinzione dell’edificio aveva sconfinato per pochi metri sulla superficie demaniale marittima. Nella porzione di demanio adiacente alla recinzione era stato poi realizzato una sorta di “scivolo”, per consentire un più facile accesso alla spiaggia.
Il comune ordinò (nel 2010) al proprietario dell’immobile che aveva richiesto la sanatoria la demolizione delle opere sulla porzione demaniale. Lo stesso propose ricorso contro il provvedimento affermando innanzitutto di non aver realizzato lo “scivolo”, che restava fuori dalla ricezione della sua proprietà e pertanto utilizzabile da chiunque. In secondo luogo, evidenziava come la particolare esiguità dell’intervento e l’esistenza dello stesso da diversi decenni erano circostanze che avrebbero dovuto essere poste in comparazione dall’autorità amministrativa procedente con l’interesse pubblico alla tutela del suolo demaniale.

Il Tar di Reggio Calabria respinge il ricorso su entrambi i profili. Quanto al primo, rileva come l’opera sia stata realizzata in corrispondenza di uno dei cancelli d’accesso alla recinzione di esclusiva pertinenza dell’edificio di proprietà del ricorrente, tale quindi da poter ritenere che lo scivolo stesso servisse esclusivamente o, quantomeno, prevalentemente ad esso. Quanto al secondo, il rilievo della assoluta inusucapibilità del demanio fa sì che la pubblica amministrazione abbia sempre vita di agire contro l’occupazione abusiva dello stesso a prescindere dal momento in cui detta occupazione si sia compiuta.

T.A.R. Calabria Reggio Calabria, Sentenza 28 settembre 2015, n. 926

L’ottemperanza ad una sentenza di rigetto di concessione demaniale apre la porta ad altri richiedenti oltre al ricorrente. T.A.R. Puglia Lecce Sez. I, Sentenza 7 ottobre 2015, n. 2880

Un’interessante sentenza del Tar Puglia, sezione di Lecce, destinata a far discutere.
I fatti: un soggetto richiede al Comune di Gallipoli una concessione demaniale per l’installazione di un chiosco da adibire a bar. Il Comune la rifiuta, e il richiedente propone ricorso dinanzi al Tar, che decide in suo favore e annulla il provvedimento di rigetto.
Successivamente alla sentenza, il Comune di Gallipoli, senza procedere a un vero e proprio bando, pubblica sull’albo pretorio la domanda del richiedente, concedendo il termine di 20 giorni per la presentazione di osservazioni, reclami o ulteriori domande di concessione.
Spirato il termine, altri quattro soggetti chiedevano la concessione demaniale dello stesso tratto di litorale.

Il ricorrente chiedeva quindi l’ottemperanza della sentenza a lui favorevole, nel frattempo passata in giudicato; il Tar, con sentenza del gennaio di quest’anno, ordinava  al Comune di Gallipoli di ottemperarvi, e pertanto di adottare un “provvedimento conclusivo relativamente alla richiesta formulata dalla ricorrente per il rilascio di una concessione demaniale”, nominando un commissario ad acta per dare esecuzione al giudicato. L’amministrazione comunale rimase inerte e il commissario si insediò nella carica, ma senza adottare il provvedimento dovuto perché, nel frattempo, uno dei successivi richiedenti proponeva ricorso al Tar perché questi stabilisse che il procedimento per l’ottemperanza proseguisse con la comparazione delle istanze di concessione demaniale.

Il Tar giudica in favore di questo nuovo ricorrente, stabilendo che l’ottemperanza verso la sentenza che annulla un provvedimento di diniego di una concessione demaniale non si traduce per ciò stesso in un obbligo di rilasciare la stessa concessione, ma nella necessaria comparazione di tutte le domande presentate.
Una soluzione che avrebbe però dovuto implicare, a monte, che il dispositivo della sentenza da eseguire contenesse un cenno in tal senso.

In questo modo, il Tar finisce difatti per legittimare una sorta di procedura evidenza pubblica condotta “a posteriori” dal Comune e priva di molti dei requisiti di legge.

T.A.R. Puglia Lecce Sez. I, Sentenza 7 ottobre 2015, n. 2880

Il Ministero dell’interno stabilisce le compensazioni per il minor gettito IMU derivante dall’esenzione da imposta dei terreni in proprietà collettiva. Decreto 29 settembre 2015

Pubblicato nella G.U. del 10 ottobre 2015 il Decreto del Ministero dell’interno che stabilisce l’importo della compensazione per il minor gettito IMU derivante dall’esenzione per i terreni a permanente destinazione agro-silvo-pastorale in proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile stabilita, da ultimo, dal d.l. 24 gennaio 2015 n. 4. convertito con modificazioni dalla l. 24 marzo 2015 n. 34.

Il decreto stabilisce anche la misura dello specifico contributo per il minor gettito dall’esenzione da imposta dei terreni agricoli delle isole minori.

L’elenco dei comuni con le rispettive cifre di contributo è contenuto negli allegati A e A-bis, quest’ultimo per il solo friuli Venezia Giulia. All’Allegato B l’elenco delle isole minori ammesse al contributo.

La cifra totale per i comuni interessati dalla proprietà collettiva è di € 2.807.039,13. Quella per le isole minori è di € 812.552,96.

D.M. 29 settembre 2015

Allegato A

Allegato A bis

Allegato B

Nuoro 15 e 16 ottobre 2015. Le terre civiche della Sardegna per la valorizzazione delle risorse interne.

Si terrà a Nuoro, organizzato dal Centri Studi della Sardegna per le terre civiche il seminario di studi intitolato “Le terre civiche della Sardegna per la valorizzazione delle risorse interne”.

Il seminario, animato dal Prof. Francesco Nuvoli, si svolgerà in due sessioni, la prima (15 ottobre) dedicata agli aspetti storico-giuridici, la seconda (16 ottobre) agli aspetti socio-economici.

Qui il programma dettagliato dei lavori:

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La Cassazione ribadisce l’inammissibilità del ricorso diretto in Cassazione contro la sentenza del Commissario agli usi civici. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

In questa sentenza del giugno scorso la Corte di Cassazione ribadisce il divieto del ricorso diretto dinanzi a sé contro la sentenza commissariale nel giudizio concernente l’accertamento dei diritti di civico godimento.

Nella specie, la Società Autostrade s.p.a.  aveva visto dichiarare nulli gli atti di acquisto di taluni terreni insistenti nel Comune di Ceprano, di cui il Commissario dichiarava nella stessa sentenza la natura civica, al termine di un procedimento iniziato d’ufficio.

La sentenza commissariale era stata sì impugnata dalla società soccombente dinanzi alla Sezione specializzata Usi Civici della Corte d’appello di Roma, ma con un reclamo con il quale si chiedeva in via preliminare di dichiararsi la nullità della sentenza per violazione del principio costituzionale della terzietà del giudice. Una censura ricorrente, questa,  che è stata tuttavia più volte respinta dalla corte costituzionale, da ultimo con l’Ordinanza 11 febbraio 2014, n. 21
Sugli altri capi della sentenza la Società Autostrade ha proposto – pare di capire in parallelo con il reclamo in Corte d’appello- ricorso per cassazione. Il secondo motivo sarebbe stato di un qualche interesse: con esso la Società autostrade lamentava l’omesso esame da parte del Commissario sulla propria richiesta di pronunciarsi in merito alla definizione di un accordo conciliativo che comprendesse la definizione dell’ammontare dell’indennità di legittimazione (che la motivazione della sentenza di cassazione chiama erroneamente “di esproprio”).

La Corte dichiara il ricorso inammissibile perché svolto, sotto questo profilo, direttamente contro i capi della sentenza commissariale, ribadendo il suo tradizionale orientamento per cui il reclamo in Corte d’appello è l’unico mezzo di impugnazione previsto dalla legge n. 1766/27 e dalla (oggi abrogata) l. 10 luglio 1930 n. 1078 contro le sentenze del Commissario concernenti l’esistenza, natura ed estensione dei diritti di uso civico, mentre il ricorso in Cassazione può essere utilizzato ex art. 111 della Costituzione come rimedio straordinario solo contro le pronunce relative a provvedimenti “connessi, preliminari o consequenziali” a dette pronunce.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

Un nuovo modello di gestione delle terre di uso civico nella recente legge sui distretti rurali della Regione Abruzzo. L.R. 9 giugno 2015, n. 14

La Regione Abruzzo ha pubblicato alla fine dello scorso giugno la sua nuova legge circa l’istituzione dei distretti rurali. Questi sono definiti all’articolo 2 come “sistemi locali caratterizzati da identità storiche e territoriali omogenee” derivanti dalla particolare “integrazione” tra attività agricole, artigianali e turistiche, nonché di produzione di beni e servizi “coerenti con storia e vocazioni naturali del territorio”. I distretti saranno riconosciuti dalla Giunta regionale al termine di un procedimento che parte con l’istituzione di un comitato promotore, costituito tra enti locali e soggetti privati presenti con attività produttive nel territorio considerato. Ogni distretto sarà poi destinatario di un apposito piano adottato dalla Regione, i cui contenuti sono stabiliti dall’articolo 6 della legge nel segno della sostenibilità ambientale e della conservazione dei valori paesaggistici del territorio.

In quest’ambito, l’articolo 9 sostituisce integralmente l’articolo 16 della Legge regionale 3 marzo 1988 numero 25 (Norme in materia di usi civici e gestione delle terre civiche – esercizio delle funzioni amministrative).
Il nuovo testo dispone per le sole terre civiche di categoria a) (bosco e pascolo), stabilendo che esse sono gestite, oltre che dai Comuni e dalle Amministrazioni separate dei beni civici, attraverso “forme associative, consortili o contrattuali previste dal codice civile” promosse dai Comuni o dalle stesse ASBUC, cui possono partecipare anche gli altri proprietari pubblici e privati di beni agro-silvo-pastorali.
Una terza forma di gestione è quella della “concessione di utenza” delle terre civiche in favore di cooperative, consorzi, coltivatori diretti o imprenditori agricoli.
La prima forma di gestione, quella ordinaria dei Comuni o delle Amministrazioni separate, non ha bisogno di autorizzazione da parte dell’Amministrazione regionale. Tale autorizzazione è invece necessaria per la seconda forma organizzativa,  mentre la terza è sottoposta ad una diversa autorizzazione, rilasciata dallo stesso “servizio regionale” che, a norma dell’articolo 4 della legge, presiede alla valutazione tecnica per l’individuazione dei distretti rurali.

La riforma dell’articolo 16 della legge numero 25 del 1988 esclude quindi la possibilità, prima prevista dalle lettere b) e c) del primo comma, di gestire terre civiche attraverso “aziende speciali di iniziativa dei Comuni, singoli o consorziati” come anche attraverso “convenzioni con società di capitali” partecipate dagli enti territoriali stessi.

L.R. 9 giugno 2015, n. 14