Etichettato: piano paesaggistico Toscana

Le modifiche alla legge sul governo del territorio della Regione Toscana pubblicate ieri.

Sono state pubblicate sul Bollettino ufficiale della Regione Toscana ieri, 24 aprile 2015, le modifiche alla l.r. n. 65 del 10 novembre 2014 n. 65 (Norme per il governo del territorio).

Le modifiche, approvate nella seduta del Consiglio regionale del 27 marzo scorso, precedono la pubblicazione del Piano di indirizzo territoriale (P.I.T.) con valenza di piano paesaggistico, oggetto di aspra contesa, di cui abbiamo già trattato e di cui tratteremo nei prossimi giorni.

Nella banca dati della Regione Toscana è già visibile una versione della l.r. 65/2014 integrata con le modifiche, senza valore di riferimento.

 

Modifiche l.r. toscana 65 2014

Il Piano del Paesaggio della Regione Toscana. Riflessioni a margine della sua approvazione.

Il P.i.t. – Piano di intervento territoriale, con valenza di Piano paesistico per la Regione Toscana è stato approvato dal Consiglio regionale a due giorni dal periodo di latenza legislativa precedente al suo rinnovo. Il Piano non è una legge, ma un provvedimento amministrativo che la L.R. 1/2005 rimette all’approvazione del Consiglio, dopo un complesso iter amministrativo aperto alle osservazioni della popolazione. Abbiamo già evidenziato come il c.d. maxi-emendamento con cui il P.i.t. è stato portato in aula frustri totalmente le istanze di “democrazia partecipativa” di cui la L.R. 1/2005 fa mostra per ogni dove. Esso, del resto, fa strame anche della normale democrazia rappresentativa, e bene ha fatto chi ha evidenziato come il procedimento adottato sia contrario allo stesso regolamento del Consiglio, che appunto vieta la presentazione di maxi-emendamenti, i quali hanno il solo scopo di blindare la discussione sui provvedimenti, costringendo i consiglieri a leggere in corsa documenti di migliaia di pagine, a loro palesati solo pochi giorni o poche ore prima della discussione.

A essere contraria a ogni vera idea di democrazia è, più in radice, contrapporre la presunta purezza della valutazione tecnico-scientifica all’attitudine al compromesso della politica. Questa immagine, sempre propalata dall’assessore Marson, è l’esatto contrario della democrazia, e al pari di qualsiasi altra visione dittatoriale, produce mostri. La fragilità delle dittature è la propria strutturale ignoranza; i dittatori non ascoltano gli argomenti altrui, ma seguono pervicacemente solo ciò che aumenta il loro potere.

Il P.i.t. non fa eccezione. Se chi lo difende a spada tratta sui giornali lo avesse letto con attenzione, e sopratutto con onestà, vi avrebbe trovato uno strumento inutilmente verboso e totalmente generico, gravemente lesivo dei diritti dei cittadini. Come strumento di pianificazione, il P.i.t. vincola i proprietari all’esercizio del loro diritto sui beni per cui pagano tasse e della cui custodia sono onerati: può farlo, ma a patto che questi vincoli siano certi e delimitati. Il che non è.

Una stratificazione inutile tra norme della disciplina di piano, abachi delle invarianti e piante territoriali non aggiornate porta all’assoluta indeterminatezza dei vincoli, che potranno essere tirati da una parte come dall’altra dalla singola amministrazione quando, in apparente conformità al P.i.t., dovrà emettere i propri provvedimenti amministrativi sull’edificabilità dei suoli o l’esercizio di attività economiche. Il P.i.t. sarà il mantra cui riportare decisioni totalmente arbitrarie e dettate da altri interessi: questo è quanto l’unica competenza che la Giunta regionale non ha voluto consultare, quella degli esperti di diritto amministrativo, può dare oggi per certo.

Di esempi specifici il P.i.t. è pieno, e non mancheremo di parlarne quando sarà pubblicato.

Per ora, basti evidenziare un dato.

In queste ore, il governatore Rossi parla del P.i.t. sui mezzi di comunicazione di massa citando gli arenili, di cui si dice che il P.i.t. impedirà di costruirvi delle piscine.

Il governatore evidentemente non ricorda – o non sa e nessuno tra le centinaia di tecnici coinvolti nel P.i.t. gli ha ancora spiegato – che gli arenili sono demanio, che le piscine non vi si possono costruire già oggi e che se qualcuno le costruisse sarebbe compito della Giunta regionale farle rimuovere, così come che è facoltà della Regione, anche dopo aver approvato il P.i.t., di concedere l’area per questo scopo.

Esiste veramente democrazia quando chi ha proposto e fatto approvare uno strumento amministrativo impedendo un serio dibattito non ne conosce i limiti e gli effetti? A evitare ulteriori perle, chiariamo che si tratta di domanda retorica.

P.i.t. Toscana in via di approvazione. Una gestione burocratica del paesaggio, che può portare solo danni.

Sarà verosimilmente approvato oggi dal Consiglio regionale della Toscana il Piano di intervento Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico. Non una legge – è bene chiarire- ma un atto amministrativo complesso, preso ai sensi della L.R. 3 gennaio 2005, n.1 (Norme per il governo del territorio).La legge regionale prevede un percorso di democrazia partecipativa per giungere all’adozione del Piano, che deve contenere tutti i vincoli e le prescrizioni per l’uso del territorio e la salvaguardia dei valori paesistici. Nello specifico, il Piano, una volta adottato dalla Giunta regionale, è stato esposto alle osservazioni degli interessati. La seconda versione del Piano,  redatta dopo le osservazioni, e contenente una sintetica risposta alle stesse, avrebbe dovuto essere portata in Consiglio ormai mesi fa, ma non lo fu dopo un aperto contrasto tra il Governatore uscente (e ricandidato) Enrico Rossi e l’Assessore all’Ambiente, la professoressa Anna Marson, urbanista. Gli oggetti del contendere sono sopratutto le aree estrattive delle Apuane, e la disciplina degli arenili.

Da quel momento in poi, il Piano ha conosciuto almeno tre riscritture, l’ultima delle quali, recentissima, frutto di una sorta di concertazione col Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (MIBAC), non prevista da alcuna legge e non ricavabile in via di prassi dal fatto che il Governo può impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale gli atti delle regioni che inficino la propria competenza. L’autonomia implica responsabilità, e quella regionale non fa eccezione: la Regione Toscana avrebbe dovuto prendere le sue decisioni e difenderle nelle sedi opportune dinanzi a – eventuali-  impugnative del Governo.

Fatto sta che, a onta del dettato della L.R. 1/2005, il Piano che sarà approvato oggi non è il risultato della “democrazia partecipata”, ma una bozza che, allo stato, non è pubblicata da nessuna parte e che neanche i consiglieri conoscono. Si rinuncia alla democrazia partecipata, e anche a quella più tradizionalmente rappresentativa.

Il che ci porta a una domanda di fondo: qual’è il limite di gestione politica della proprietà, a qualunque specie essa appartenga? Qual’è il limite entro il quale la politica può fare le sue scelte, e oltre il quale i diritti del cittadino proprietario vengono lesi?

L’ultima bozza nota del P.I.T. oltrepassava chiaramente molti di questi limiti, portando il territorio toscano sotto un pesante regime amministrativo, esposto a un’intollerabile discrezionalità della burocrazia regionale. Il P.I.T. che abbiamo visto è uno strumento generico, pieno di prescrizioni astratte che, come tali, affidano agli uffici che dovranno applicarlo in concreto una discrezionalità sconfinata, ai limiti e oltre i limiti del puro arbitrio.

Non è difesa dell’ambiente e del paesaggio, ma subordinazione del territorio e delle attività economiche a una cappa burocratica ancora peggiore dell’attuale, vera espropriazione senza indennizzo in favore di una mano pubblica sempre più pervasiva, e con sempre minore visione del futuro.

Il Piano di Indirizzo territoriale della Toscana e le proprietà collettive. Un errore evitato (speriamo) all’ultimo momento.

Sarà discusso e approvato il prossimo 10 marzo il piano di indirizzo territoriale (con valenza di piano paesaggistico) della Regione Toscana. Adottato con delibera numero 58 del 2 luglio 2014, ai sensi della legge regionale 3 gennaio 2005 n. 1 (Norme per il governo del territorio), il piano di indirizzo territoriale è stato aperto alle osservazioni fino al 29 settembre. La giunta regionale ha quindi approvato con la delibera numero 1121 del 4 dicembre 2014 “l’istruttoria tecnica delle osservazioni presentate e le conseguenti proposte di modifica agli elaborati del piano”. Questa nuova versione del P.I.T. ha avuto quindi passaggi nelle commissioni competenti. A tre settimane della sua definitiva approvazione, i consiglieri del PD annunciano un maxiemendamento che porterebbe tutti i vincoli contenuti nel piano ad essere norme di indirizzo, venendo così incontro alle contestazioni fatte in questi mesi da tutti i settori produttivi, dalla viticoltura all’industria estrattiva. Da qui un crescendo di critiche verso il governatore Rossi, accusato di un improvviso cambio di rotta sul fronte della tutela del paesaggio a tre mesi dal voto regionale, in cui si candida a succedere a se stesso.

Critiche, queste, che evidentemente non tengono conto dei vizi del piano di indirizzo territoriale per come voluto dall’assessore all’Ambiente, che avrebbero esposto il P.I.T. a uno stillicidio di ricorsi amministrativi.

Il tema delle cave di marmo delle Apuane, che sembra dominare il dibattito di queste ore, ne è piena dimostrazione. Il P.I.T. vieta l’apertura di qualsiasi nuova cava e l’ampliamento di quelle esistenti, la ricarica dei ravaneti (gli accumuli di detriti) e anche lo sfruttamento dei giacimenti in sotterraneo, tecnica sicuramente più costosa della normale coltivazione a cielo aperto, ma diffusa nel comprensorio proprio per venire incontro alle esigenze di tutela ambientale.

Il problema non è solo se la Regione abbia il potere di cancellare con un atto amministrativo un intero settore industriale (cosa che rappresenta in sé una violazione di precise norme costituzionali): è che il P.I.T. non tiene in nessun conto il regime proprietario degli agri marmiferi delle Apuane, la più gran parte dei quali è in proprietà privata o collettiva.

La storia industriale delle Apuane è il frutto migliore di quelle riforme di Pietro Leopoldo tese a cancellare la titolarità universale dei beni per crearvi una proprietà piena ed esclusiva. Questa fu la premessa per ingenti investimenti, a volte sovvenzionati direttamente dal governo granducale, che fecero della Toscana il principale esportatore di marmi per tutto l’ottocento, con aziende che sono tra le più antiche tra quelle oggi esistenti.  Una leadership che si trasferiva anche nell’elaborazione delle tecniche di escavazione e lavorazione.

Per condurre alla proprietà privata anche i terreni marginali, che non avrebbero trovato facilmente acquirenti, le Istruzioni granducali del 1776 disponevano poi che i naturali di un luogo avrebbero potuto consorziarsi per acquistare i loro beni civici e tenerli in comune come in passato. Questa norma, fatta per liquidare la proprietà universale, ne fece nascere una di diverso tipo: la proprietà collettiva agnatizia, la proprietà inalienabile e indivisibile della comunità fatta dagli eredi degli antichi “liberatori” dei beni. Variamente combattuta nell’ottocento, oggi la proprietà collettiva è vista come strumento di tutela ambientale anche dallo stesso Codice dei Beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 42/04 art. 142 lettera h), cui il P.I.T. dovrebbe dare peraltro attuazione.

I piani paesaggistici, come il P.I.T., possono certamente conformare la proprietà privata, limitarne l’esercizio a talune attività, ma non possono privare la proprietà privata di qualsiasi contenuto economico, lasciando magari al proprietario solo gli oneri. Non possono farlo con la proprietà privata, e men che meno con la proprietà collettiva, il che equivarrebbe a uccidere la comunità che da sempre è responsabile del proprio territorio, e lo tutela.