Categoria: Giurisprudenza risorse

Usi civici. La cassazione interviene sugli oneri del procedimento commissariale iniziato d’ufficio. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 16 luglio 2015, n. 14923.

La sentenza in oggetto interviene su una questione peculiare del procedimento commissariale per l’accertamento degli usi civici: le spese del procedimento iniziato d’ufficio. Il Commissario gli usi civici mantiene ancora oggi il potere di iniziare d’ufficio il procedimento, con norma che più volte ha passato indenne il vaglio della Corte costituzionale. Nel caso di specie, il Commissario per la liquidazione degli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana aveva disposto l’inizio di un procedimento dinanzi a sé per l’accertamento degli usi civici in un comune laziale. Il procedimento si è poi estinto per decreto dello stesso Commissario, che ha rilevato il proprio difetto di giurisdizione in confronto con la Regione Lazio, cui nel frattempo erano passate le competenze cosiddette “amministrative” in materia.
Prima di estinguersi, tuttavia, il processo aveva generato delle spese, che erano state poste provvisoriamente a carico del Comune resistente, e sulle quali la sentenza definitiva non si pronunciava in alcun modo. il Comune propose reclamo, sostenendo che l’onere delle spese spettasse all’ufficio di Commissario in quanto tale. La Corte d’appello di Roma, sezione specializzata usi civici, riteneva che non vi fosse più uno spazio processuale per poter decidere della questione.
La Cassazione risolve la questione apparentando logicamente la figura del Commissario quella del Pubblico Ministero, il cui ufficio non può essere onerato delle spese per i procedimenti cui dà avvio.
Un principio di diritto, quello espresso nella sentenza che qui si riporta, che dovrebbe spingere i soggetti coinvolti nel giudizio iniziato d’ufficio, soprattutto gli enti territoriali, alla partecipazione attiva nello stesso: se il Comune avesse sollevato per tempo nel giudizio dinanzi al Commissario la questione circa le spese, la sentenza  che nulla avesse disposto sulle stesse sarebbe stata nulla, per difetto di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato, e come tale impugnabile con il reclamo.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 16-07-2015, n. 14923

La Cassazione ribadisce l’inammissibilità del ricorso diretto in Cassazione contro la sentenza del Commissario agli usi civici. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

In questa sentenza del giugno scorso la Corte di Cassazione ribadisce il divieto del ricorso diretto dinanzi a sé contro la sentenza commissariale nel giudizio concernente l’accertamento dei diritti di civico godimento.

Nella specie, la Società Autostrade s.p.a.  aveva visto dichiarare nulli gli atti di acquisto di taluni terreni insistenti nel Comune di Ceprano, di cui il Commissario dichiarava nella stessa sentenza la natura civica, al termine di un procedimento iniziato d’ufficio.

La sentenza commissariale era stata sì impugnata dalla società soccombente dinanzi alla Sezione specializzata Usi Civici della Corte d’appello di Roma, ma con un reclamo con il quale si chiedeva in via preliminare di dichiararsi la nullità della sentenza per violazione del principio costituzionale della terzietà del giudice. Una censura ricorrente, questa,  che è stata tuttavia più volte respinta dalla corte costituzionale, da ultimo con l’Ordinanza 11 febbraio 2014, n. 21
Sugli altri capi della sentenza la Società Autostrade ha proposto – pare di capire in parallelo con il reclamo in Corte d’appello- ricorso per cassazione. Il secondo motivo sarebbe stato di un qualche interesse: con esso la Società autostrade lamentava l’omesso esame da parte del Commissario sulla propria richiesta di pronunciarsi in merito alla definizione di un accordo conciliativo che comprendesse la definizione dell’ammontare dell’indennità di legittimazione (che la motivazione della sentenza di cassazione chiama erroneamente “di esproprio”).

La Corte dichiara il ricorso inammissibile perché svolto, sotto questo profilo, direttamente contro i capi della sentenza commissariale, ribadendo il suo tradizionale orientamento per cui il reclamo in Corte d’appello è l’unico mezzo di impugnazione previsto dalla legge n. 1766/27 e dalla (oggi abrogata) l. 10 luglio 1930 n. 1078 contro le sentenze del Commissario concernenti l’esistenza, natura ed estensione dei diritti di uso civico, mentre il ricorso in Cassazione può essere utilizzato ex art. 111 della Costituzione come rimedio straordinario solo contro le pronunce relative a provvedimenti “connessi, preliminari o consequenziali” a dette pronunce.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

Prezzi minimi garantiti. Il Tar Lombardia dà ragione all’Autorità e rigetta il ricorso contro lo studio del Politecnico di Milano. T.A.R. Lombardia Milano Sez. II, Sentenza 3 luglio 2015, n. 1535

Il Tar Lombardia rigetta il ricorso contro la sostanziale abolizione dei prezzi minimi garantiti di acquisto dell’energia idroelettrica da piccoli impianti. Un regime di favore che dal 2013 deve essere differenziato in ragione della fonte di produzione.

L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ed il sistema idrico commissionò pertanto uno studio al Politecnico di Milano, il quale concluse che, per gli impianti fino a 1 MW, si dovesse abbandonare il sistema dei prezzi minimi garantiti su base annua, considerato non rappresentativo dei costi di gestione di tali impianti. La raccomandazione veniva accolta dall’Autorità.

Il Tar respinge tutti i motivi addotti dai ricorrenti, evidenziando che la decisione dell’Autorità non è censurabile, attesa la sua discrezionalità sul punto e la conformità della scelta alle informazioni a sua disposizione, appunto reperite dallo studio del Politecnico.

 T.A.R. Lombardia Milano Sez. II, Sentenza 3 luglio 2015, n. 1535

Il permesso di ricerca di idrocarburi non può essere negato dalla Giunta Regionale in contraddizione con i propri uffici e con la Soprintendenza. T.A.R. Basilicata Potenza Sez. I, Sentenza 25 giugno 2015, n. 325

Il Tar di Potenza ha accolto il ricorso contro una delibera della Giunta Regionale della Basilicata che ha negato il permesso per la ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nel comprensorio di tredici comuni lucani, tra cui Palazzo San Gervasio, da cui il permesso di ricerca prendeva la sua denominazione.

La Giunta Regionale negò il permesso sulla base di sei motivi:

  1. esso riguardava “aree di pregio storico-naturalistico e di valenza socio-economica”, legato alla produzione viti-vinicola di pregio, ricco di acque minerali e termali e con centri storici a vocazione turistica;
  2. vi erano già stati sull’area titoli minerari e permessi di ricerca, i quali avevano del resto riguardato  “più della metà del territorio regionale”; tale circostanza, a giudizio della Giunta Regionale, avrebbe ulteriormente creato vincoli alla programmazione ed al governo del territorio, non solo “per l’impatto diretto delle operazioni di ricerca”, ma anche “per gli interventi legati al rinvenimento e conseguente sfruttamento dei giacimenti”;
  3. esso contrastava le finalità di protezione dell’ambiente, le quali costituivano “obiettivi primari ed ordinari della gestione del territorio”, e tra le quali doveva senz’altro comprendersi il “contenimento del consumo di suolo in ragione delle esigenze ecologiche, sociali ed economiche dei diversi territori”;
  4. contrastava anche con il Piano energetico regionale, il quale prevedeva la progressiva riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili;
  5. vi erano state numerose manifestazioni di contrarietà da parte di cittadini, comitati e Enti locali;
  6. da ultimo, lo sfruttamento degli idrocarburi doveva essere “inserito nell’ambito di una visione complessiva di programmazione e sviluppo”.

Il Tar Basilicata accoglie il ricorso sulla base di un’argomentazione estremamente lineare: la delibera della giunta regionale è manifestamente illogica e contraddittoria nel momento in cui non considera i pareri positivi dati da enti dell’organizzazione statale, come la Soprintendenza ai beni archeologici della Basilicata, come da propri uffici, i quali avevano non solo avevano dato parere favorevole al progetto, ma vi avevano già imposto limitazioni e vincoli, finalizzati alla tutela di quegli stessi beni e di quegli stessi interessi che la giunta regionale poneva a fondamento della propria decisione.

T.A.R. Basilicata Potenza Sez. I, Sentenza 25 giugno 2015 n. 325

 

Il giudicato della sentenza commissariale comprende sempre l’accertamento della qualitas soli, indipendentemente dalla tutela richiesta con l’atto introduttivo. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 15 giugno 2015, n. 12390

La corte di cassazione fa applicazione del suo tradizionale orientamento per meglio precisare i confini del giudicato sostanziale della sentenza del commissario liquidatore.
Il fatto: un privato risulta soccombente in un giudizio commissariale, ultimato con una sentenza della cassazione nel lontano 1957; a seguito di questa pronuncia, il comune viene immesso nel possesso del fondo gravato dai diritti di promiscuo godimento, individuato secondo talune particelle catastali.
Molti anni dopo, gli aventi causa citano il Comune in giudizio perché, a loro dire, esso si sarebbe impossessato di una superficie maggiore rispetto a quella oggetto di quel giudizio.

Il Comune si difese con l’eccezione di giudicato, che venne accolta tanto dal Tribunale adito in primo grado, quanto dalla Corte d’Appello.
L’attore ricorre in Cassazione, adducendo come motivo di ricorso quello per cui mentre la decisione del Commissario per la liquidazione degli usi civici che aveva originato il primo processo verteva in materia possessoria (essendo stato a lui chiesto da parte del Comune la reintegra nel possesso dei terreni che, occupati da privati all’epoca, erano risultati di demanio civico a una successiva verifica), la domanda che aveva iniziato l’attuale procedimento era di natura petitoria.
La Corte rileva come la sentenza della Corte d’Appello impugnata col ricorso aveva innanzitutto determinato che la lontana sentenza commissariale aveva accertato che anche i fondi che venivano rivendicati nel presente giudizio come di piena proprietà degli attori dovevano ritenersi in realtà compresi nel demanio civico gestito dal Comune, sulla base di una serie di rilievi e argomenti non più discutibili.
Essi quindi sono coperti dal giudicato fra le parti, visto che comunque la sentenza commissariale ha sempre un oggetto suo proprio, l’accertamento dell’esistenza della natura dei diritti di civico godimento su un determinato terreno, che è naturalmente prodromico a qualsiasi altra statuizione, di natura possessoria come petitoria.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 15 giugno 2015, n. 12390

 

Efficacia pari al giudicato della verifica demaniale amministrativa non opposta? La Cassazione non risponde. Cass. civ. Sez. II, Sent. 28 novembre 2014 n. 25362

La Corte di Cassazione respinge un ricorso contro una sentenza della Sezione specializzata usi civici della Corte d’Appello di Palermo, che recava due questioni interessanti.

Il Comune di Palermo aveva fatto svolgere nel 1999 una verifica demaniale dalla quale risultava che un palazzo storico insistesse su terre di uso civico, cosa esclusa dalla precedente verifica condotta nel 1931 e dal progetto di liquidazione degli usi presenti nella città del 1941. I proprietari del palazzo avevano opposto la verifica dinanzi al Commissario, il quale aveva stabilito che la costruzione insistesse su terreno privato gravato da uso civico, disattendendo peraltro l’eccezione di mancata denuncia degli usi nel termine semestrale del R.D. 332/1928.

Il Comune reclamò in appello, che venne respinto, sul presupposto che, non avendo opposto la verifica demaniale del 1931 e il piano di liquidazione del 1941, esso si trovasse in difetto di legittimazione.

Nel ricorso in Cassazione il Comune si affida a un solo motivo: esso poteva comunque ritirare in autotutela la verifica demaniale, e la pronuncia della Corte d’Appello doveva pertanto essere cassata, avendo la stessa attribuito a un atto amministrativo l’efficacia di giudicato che può essere riconosciuta solo alla sentenza del giudice.

La Cassazione respinge il ricorso del Comune, affermando che con l’opposizione si introduce una fase giurisdizionale e che, spirato il termine per proporla, la stessa divenga indiscutibile. Un’asserzione con cui, per il vero, non si risponde direttamente al quesito di diritto che, in conformità con la normativa  vigente all’epoca della proposizione del ricorso, il Comune di Palermo  aveva prodotto: se fosse o meno suo potere formulare un nuovo atto amministrativo di verifica demaniale il quale accertasse, sulla base di nuove valutazioni, ciò che la precedente verifica aveva negato.

La decisione è tuttavia corretta, ma su un punto che forse la corte avrebbe dovuto maggiormente esplicitare: la verifica demaniale del 1931 e il piano di liquidazione del 1941 erano atti che provenivano non dal Comune di Palermo,   ma dal Commissario per la liquidazione degli usi civici. Ove il Comune  avesse affermato l’esistenza di diritti civici negati dalla verifica, avrebbe effettivamente dovuto fare opposizione alla stessa; spirati da gran tempo i termini, esso non aveva più il potere di ridiscuterla.

Analoghe considerazioni dovrebbero essere fatte circa la possibilità di revocare il provvedimento in autotutela. A parte il fatto che l’articolo 21 quinquies  della legge n.241 del 1990 limita questa possibilità al caso in cui siano sopravvenuti motivi di pubblico interesse, i quali quanto meno devono essere esplicitati nel provvedimento,  resta che il Comune di Palermo non aveva in sé il potere di revocare un atto un suo, oltre tutto preso da chi, come il Commissario liquidatore,  riuniva in sé alle funzioni amministrative anche le funzioni giurisdizionali in materia di usi civici.  La Corte liquida questo aspetto, affermando semplicemente che la seconda verifica demaniale,  nella quale si sarebbe dovuto rappresentare la revoca della prima, non risultava agli atti effettivamente depositata.

A queste condizioni, la decisione della Suprema Corte è perfettamente all’interno del sistema: ha un’efficacia prossima al giudicato la verifica demaniale che, provenendo direttamente dal Commissario liquidatore per essere stata fatta  da un suo ausiliare, poteva essere opposta dinanzi a lui stesso in sede giurisdizionale e non lo è stata.  Ben diversa dovrebbe essere la risposta nel caso delle verifiche demaniali disposte oggi direttamente dai Comuni e dalle Regioni:  per come più volte già statuito dalla Suprema Corte, il decorso del termine per opporre la verifica non preclude al privato la possibilità di adire il Commissario per vedere riconosciuta la  libertà del fondo dagli  usi civici pure accertati dalla medesima.

La questione è di notevole importanza pratica, di fronte alla facilità con cui i Comuni promuovono le verifiche demaniali, spesso gratificate dalla legislazione regionale nel ruolo di vero e proprio accertamento dei diritti di promiscuo godimento sul territorio,  che dovrebbe, secondo queste stesse legislazioni, intendersi vincolante ove le verifiche non vengano opposte dinanzi al Commissario nel breve termine generalmente indicato dalle stesse leggi regionali,  il quale oltretutto ricorre spesso da notifiche fatte non direttamente agli intestatari catastali, ma all’albo pretorio dei Comuni interessati.

La seconda questione su cui la corte di cassazione, sia pure indirettamente, si pronuncia, e circa il valore da dare alle compravendite antiche fatte in Sicilia  “con il privilegio delle strade”. La corte, respingendo le eccezioni dei controricorrenti, i quali giustificavano la allodialità del loro possesso  sulla base di un atto del 1792 che recava appunto questa clausola, afferma che simili vendite non avevano l’effetto di  annullare gli usi civici eventualmente presenti sui terreni.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 28-11-2014, n. 25362

 

 

 

La cassazione ribadisce, dopo la Corte Costituzionale, che il commissario liquidatore può acquisire d’ufficio la prova della demanialità civica. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 ottobre 2014 n. 22177

Pubblichiamo la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha deciso il ricorso dopo l’ordinanza 11 febbraio 2014, n. 21 della Corte Costituzionale  con cui è stata dichiarata la legittimità,  pur a fronte della nuova formulazione dell’articolo 111 Cost., del potere del Commissario per la liquidazione gli usi civici di iniziare d’ufficio il procedimento innanzi a sé.
Nella fattispecie in esame, il Commissario per la liquidazione degli usi civici dell’Abruzzo aveva iniziato nel 1993 un procedimento d’ufficio per il riconoscimento della natura demaniale civica dei fondi siti nel Comune dell’Aquila e oggetto di occupazione da parte di un privato, su segnalazione di alcuni cittadini. Il privato propose appello dinanzi alla Corte d’appello di Roma, sezione specializzata usi civici, che lo rigettò, respingendo in via preliminare l’eccezione circa la nullità dell’intero processo perché iniziato d’ufficio dal commissario. Riprodotta questa questione in uno specifico motivo di ricorso per cassazione, la Corte sospese il giudizio sollevando questione di legittimità costituzionale poi risolta nel senso sopraddetto.
Riassunto il giudizio dinanzi a sé, la Corte di Cassazione respinge gli altri due motivi di ricorso, entrambi attinenti al principio dell’onere probatorio nel giudizio commissariale.

Con il primo, il ricorrente  evidenziava come l’unica verifica demaniale che si era tenuta per quel luogo, del 1941, doveva ritenersi priva di effetti perché mancante -a causa degli eventi bellici- dell’autorizzazione prevista dall’articolo 30 del rd. n. 332 del 1928. In particolare, tale verifica non risultava mai stata notificata agli interessati, e quindi priva della seppur minima presunzione di legittimità. Il tutto, proseguiva il ricorrente, in un territorio in cui non erano stati riscontrati demani civici in favore delle università nel cui territorio si trovavano i fondi oggetto del giudizio.  la loro natura demaniale non poteva pertanto presumersi, e in ogni caso – questo l’oggetto del secondo motivo di ricorso- l’attenuazione dell’onere della prova, generalmente accettata nel caso del giudizio commissariale, non poteva comportare che il Commissario si sostituisse in toto al Comune, totalmente inerte, nell’ istruzione probatoria.

La Cassazione ritiene questi motivi connessi, li esamina congiuntamente e li respinge perché  “considerata la particolare materia degli usi civici” il Commissario e, successivamente, la Corte d’appello, potevano ben porre a base della propria decisione risultanze la verifica demaniale del 1941, ancorché non valida nella sua sostanza di atto amministrativo, oltretutto considerando che  la decisione non conseguiva soltanto a tale verifica.

La corte conferma così il suo tradizionale orientamento, espresso da ultimo nella sentenza numero 6165 del 16 marzo 2007, per cui il commissario può acquisire d’ufficio la prova della demanialità civica (disponendo un’indagine storico documentale affidata ad un professionista particolarmente esperto nella materia)  come conseguenza del suo potere di iniziare d’ufficio l’intero procedimento.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 ottobre 2014, n. 22177

La proprietà collettiva chiusa: una realtà da liquidare per la Corte di Cassazione? Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 novembre 2014 n. 24714

La Corte di cassazione manca con questa sentenza l’occasione di tracciare una distinzione tra il regime ordinario degli usi civici e quello proprio nelle singole realtà di proprietà collettiva cosiddette “chiuse”.

Questo il caso: nel 1995 una comunanza agraria cambia il proprio statuto, e stabilisce che i suoi terreni saranno aperti all’uso di tutti cittadini residenti nel suo territorio di riferimento. Si oppongono taluni utenti che, proprietari privati di fondi confinanti, ritengono che il titolo originario di proprietà collettiva ne limitasse l’uso esclusivamente a loro. Gli stessi, invece che ricorrere al giudice amministrativo contro la delibera di approvazione del nuovo statuto, presentano ricorso dinanzi al competente Commissario per la liquidazione degli usi civici, chiedendo che fosse da lui accertato e dichiarato il diritto di “proprietà collettiva di natura privata” dei beni intestati alla comunanza agraria. Il Commissario rigettò il ricorso, decisione che fu confermata in sede di reclamo dalla Corte d’appello di Roma. Questa ritenne che esulasse dalla propria competenza ogni decisione circa la legittimità dello statuto, e che pertanto non avesse rilevanza la domanda dei ricorrenti, i quali non contestavano l’esistenza dell’uso civico, ma solo la sua titolarità. Su tale questione soccorreva l’art. 1 della l. 1766 del 1927, secondo cui le terre delle associazioni agrarie seguono il regime degli usi civici delineato in generale dalla legge e pertanto, secondo quanto stabilito dall’art. 26 della stessa, devono ritenersi aperte all’uso di tutti i residenti.

La Corte, esaminando il primo motivo di ricorso, stabilisce che l’art. 26 della l.1766/1927, vietando la costituzione di nuove associazioni per il godimento promiscuo di terre, ha disposto che i terreni di uso civico delle associazioni siano aperti all’uso di tutti i cittadini del Comune o della frazione, salvo che si tratti di diritti spettanti “ a determinate classi di persone per disposizione speciale di leggi anteriori o per sentenza passata in giudicato”. La Corte soggiunge a quel punto che l’affrancazione in favore di tutti gli utenti ai sensi dell’art. 12 della l. n. 397 del 1894 non integri l’eccezione stabilita dall’art. 26 della l. n. 1766/1927.

Il punto è che l’affrancazione di quelle che la legge del 1894 chiamava “servitù” si traduceva nella creazione di una proprietà collettiva. L’argomento della Corte di Cassazione prova pertanto troppo: ogni proprietà collettiva nata dalla l. n. 397/1894 dovrebbe pertanto essere sostanzialmente liquidata, mercé l’apertura delle sue terre all’uso diffuso dei residenti. Una soluzione che presenta più di un dubbio di costituzionalità.

 

Cass. civ. Sez. II, Sent., 20-11-2014, n. 24714

 

Prelievo di acqua per uso idroelettrico. Il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche non può estendere le deroghe previste nella normativa provinciale. Cass. civ. Sez. Unite, Sentenza 19 gennaio2015 n. 734

In questi ultimi anni si è moltiplicata la domanda di nuovi impianti idroelettrici di piccola entità, ma sufficienti al consumo di piccole e medie imprese. Da qui la necessità di regolamentazioni più stringenti a livello locale, che considerino la specificità dei singoli corsi d’acqua e bacini imbriferi.

La Provincia di Pesaro Urbino ha regolato la materia con diverse delibere. Quella considerata dalla sentenza delle SS.UU. è la n. 384 del 2008, con cui la Provincia prescriveva la distanza minima di un chilometro tra il punto di presa e il punto di restituzione dell’acqua per il rilascio di nuove concessioni. Venivano espressamente eccettuati gli impianti che restituivano immediatamente l’acqua prelevata.

Così formulata, la norma intendeva porre un limite alla proliferazione di piccoli – e talvolta piccolissimi- impianti idroelettrici, riservando le nuove concessioni a quelli che, per dimensione, avrebbero impegnato una consistente parte del corso d’acqua o a quelli che non ne avessero limitato la portata.

Nel caso considerato dalla sentenza in commento, il ricorrente aveva presentato istanza per una concessione di piccolo impianto idroelettrico con una distanza tra i due punti di circa 200 metri, e se l’era vista negare dalla Regione sulla base del parere contrario della Provincia di Pesaro Urbino.

Il Tribunale superiore delle Acque Pubbliche aveva accolto il ricorso, interpretando la norma relativa alla distanza tra il punto di presa e di rilascio congiuntamente alla norma di eccezione, e stabilendo di conseguenza che, in caso di prelievo per uso idroelettrico, il limite del chilometro dovesse intendersi come limite massimo, derogabile nei casi in cui l’impianto rilasciasse acqua a distanza più breve dal punto di presa.

Le SS.UU. respingono questa argomentazione, ribadendo che la Delibera provinciale è norma di stretta interpretazione, e che qualsiasi interpretazione alternativa, come quella prospettata dal Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, si risolverebbe in una indebita ingerenza nei suoi poteri di regolamentazione.

La sentenza del TSAP viene quindi cassata per difetto di potere giurisdizionale  sul punto.

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 19-01-2015, n. 734

 

Contrasto tra giudicati in materia di usi civici. Competenza funzionale del Commissario Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 16-09-2014, n. 19474

Alcuni Comuni della Provincia di Trento citarono una A.S.U.C. per vedere accertata l’inesistenza di qualsiasi diritto di questa su una certa particella di terreno, intavolata ad essi sulla scorta di una sentenza della Corte d’Appello di Roma – Sezione Usi civici, passata in giudicato. La A.S.U.C. resistente ha preliminarmente eccepito il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in favore di quella del Commissario agli usi civici sulla base di una precedente sentenza della Corte di Cassazione del 1933, che aveva accertato la titolarità della particella a una delle frazioni insistenti nel suo comprensorio.

Le SS.UU. riaffermano il loro consolidato orientamento giurisprudenziale confermando la giurisdizione commissariale, sulla base del fatto che le domande degli attori e le eccezioni della convenuta “comportano necessariamente la formazione del giudicato esterno implicito sulla giurisdizione del Commissario”, cui compete quindi anche la decisione sulle questioni pregiudiziali relative all’esistenza e alla latitudine dei giudicati invocati dalle parti.

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 16-09-2014, n. 19474