Categoria: Usi civici

Usi civici. La cassazione interviene sugli oneri del procedimento commissariale iniziato d’ufficio. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 16 luglio 2015, n. 14923.

La sentenza in oggetto interviene su una questione peculiare del procedimento commissariale per l’accertamento degli usi civici: le spese del procedimento iniziato d’ufficio. Il Commissario gli usi civici mantiene ancora oggi il potere di iniziare d’ufficio il procedimento, con norma che più volte ha passato indenne il vaglio della Corte costituzionale. Nel caso di specie, il Commissario per la liquidazione degli usi civici di Lazio, Umbria e Toscana aveva disposto l’inizio di un procedimento dinanzi a sé per l’accertamento degli usi civici in un comune laziale. Il procedimento si è poi estinto per decreto dello stesso Commissario, che ha rilevato il proprio difetto di giurisdizione in confronto con la Regione Lazio, cui nel frattempo erano passate le competenze cosiddette “amministrative” in materia.
Prima di estinguersi, tuttavia, il processo aveva generato delle spese, che erano state poste provvisoriamente a carico del Comune resistente, e sulle quali la sentenza definitiva non si pronunciava in alcun modo. il Comune propose reclamo, sostenendo che l’onere delle spese spettasse all’ufficio di Commissario in quanto tale. La Corte d’appello di Roma, sezione specializzata usi civici, riteneva che non vi fosse più uno spazio processuale per poter decidere della questione.
La Cassazione risolve la questione apparentando logicamente la figura del Commissario quella del Pubblico Ministero, il cui ufficio non può essere onerato delle spese per i procedimenti cui dà avvio.
Un principio di diritto, quello espresso nella sentenza che qui si riporta, che dovrebbe spingere i soggetti coinvolti nel giudizio iniziato d’ufficio, soprattutto gli enti territoriali, alla partecipazione attiva nello stesso: se il Comune avesse sollevato per tempo nel giudizio dinanzi al Commissario la questione circa le spese, la sentenza  che nulla avesse disposto sulle stesse sarebbe stata nulla, per difetto di corrispondenza tra il chiesto e pronunciato, e come tale impugnabile con il reclamo.

Cass. civ. Sez. II, Sent., 16-07-2015, n. 14923

La Cassazione ribadisce l’inammissibilità del ricorso diretto in Cassazione contro la sentenza del Commissario agli usi civici. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

In questa sentenza del giugno scorso la Corte di Cassazione ribadisce il divieto del ricorso diretto dinanzi a sé contro la sentenza commissariale nel giudizio concernente l’accertamento dei diritti di civico godimento.

Nella specie, la Società Autostrade s.p.a.  aveva visto dichiarare nulli gli atti di acquisto di taluni terreni insistenti nel Comune di Ceprano, di cui il Commissario dichiarava nella stessa sentenza la natura civica, al termine di un procedimento iniziato d’ufficio.

La sentenza commissariale era stata sì impugnata dalla società soccombente dinanzi alla Sezione specializzata Usi Civici della Corte d’appello di Roma, ma con un reclamo con il quale si chiedeva in via preliminare di dichiararsi la nullità della sentenza per violazione del principio costituzionale della terzietà del giudice. Una censura ricorrente, questa,  che è stata tuttavia più volte respinta dalla corte costituzionale, da ultimo con l’Ordinanza 11 febbraio 2014, n. 21
Sugli altri capi della sentenza la Società Autostrade ha proposto – pare di capire in parallelo con il reclamo in Corte d’appello- ricorso per cassazione. Il secondo motivo sarebbe stato di un qualche interesse: con esso la Società autostrade lamentava l’omesso esame da parte del Commissario sulla propria richiesta di pronunciarsi in merito alla definizione di un accordo conciliativo che comprendesse la definizione dell’ammontare dell’indennità di legittimazione (che la motivazione della sentenza di cassazione chiama erroneamente “di esproprio”).

La Corte dichiara il ricorso inammissibile perché svolto, sotto questo profilo, direttamente contro i capi della sentenza commissariale, ribadendo il suo tradizionale orientamento per cui il reclamo in Corte d’appello è l’unico mezzo di impugnazione previsto dalla legge n. 1766/27 e dalla (oggi abrogata) l. 10 luglio 1930 n. 1078 contro le sentenze del Commissario concernenti l’esistenza, natura ed estensione dei diritti di uso civico, mentre il ricorso in Cassazione può essere utilizzato ex art. 111 della Costituzione come rimedio straordinario solo contro le pronunce relative a provvedimenti “connessi, preliminari o consequenziali” a dette pronunce.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 26 giugno 2015, n. 13299

Il P.R.G. adottato prima della sentenza che accerta gli usi civici resta valido. T.A.R. Lazio Roma Sez. I ter, Sentenza 15 settembre 2015 n. 11247

La Regione Lazio respinge la domanda di legittimazione dell’occupazione abusiva  di un ampio terreno da parte di una società, che lo aveva acquistato prima  di una sentenza commissariale che ne ha dichiarato la demanialità civica.   La Regione arrivava a queste conclusioni con un procedimento invero tortuoso:  poiché il piano regolatore generale approvato dal Comune di Civitavecchia nel lontano 1967 prevedeva per l’area  la realizzazione di interventi di edilizia residenziale pubblica, questa doveva ritenersi prevalente rispetto all’interesse privato della società alla legittimazione, che pertanto doveva essere  negata.  La società ricorre, affermando tra l’altro che il piano regolatore generale, per il quale  mancano ancora ad oggi i piani attuativi,  doveva ritenersi nullo,  non potendo assegnare a terreni di uso civico una destinazione diversa.

Assunto corretto, quest’ultimo,  posto che, dichiarata l’esistenza di usi civici su un determinato territorio, è assegnato questo alla categoria A ( bosco e pascolo) questi passano alla gestione  del Comune, ma affinché i cittadini continuino a esercitarvi gli usi civici come riconosciuti.  Resta quindi impossibile per il Comune disporre del terreno in modo diverso, sia pure per altre finalità sociali di sua sicura spettanza.

Il Tar Lazio respinge il ricorso,  per quanto riguarda questo motivo, su un argomento che non può essere condiviso:  la posteriorità della sentenza dichiarativa degli usi civici sul piano regolatore generale. La sentenza commissariale che  riconosce la demanialità  civica sul terreno in questione è del 1990: tanto basta al Tar Lazio  per parlare di un vincolo che sarebbe sorto successivamente sul terreno e che, come tale, non potrebbe inficiare la validità dello strumento urbanistico.

La sentenza commissariale che accerta l’esistenza di usi civici su un determinato territorio,  essendo meramente dichiarativa, non esprime effetti solo dal momento della sua pubblicazione, ma dal momento in cui i diritti civici sono venuti a esistere. Il fatto che assai spesso questo sia indeterminabile non modifica sostanzialmente il quadro ricostruttivo della fattispecie: gli usi civici non sono in sé un vincolo, ma il presupposto di un vincolo, che si impone anche agli strumenti urbanistici adottati ma non ancora attuati.

E’ questa la situazione descritta dalla sentenza.  Ammesso e non concesso che il piano regolatore generale possa dirsi valido perché ha provato prima della “scoperta” degli usi civici, gli strumenti attuativi, mai finora adottati, non potrebbero esserlo conformemente al piano perché contrasterebbero nettamente  con il disposto dell’art. 142 h) del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che tutela i terreni di uso civico per la loro destinazione propria, non per una loro generica titolarità pubblica.

 

T.A.R. Lazio Roma Sez. I ter, Sentenza 15 settembre 2015, n. 11247

Il provvedimento di diniego della legittimazione dell’occupazione abusiva di un terreno di uso civico è impugnabile dinanzi al giudice amministrativo, se l’esistenza degli usi non è contestata. T.A.R. Puglia Bari Sez. III, Sentenza 8 luglio 2015, n. 976

Un comune pugliese permuta nel lontano 1984 un terreno definito di “proprietà comunale” con un suolo edificatorio di privati. Questi chiedono più volte ciò che la sentenza chiama “affrancazione/ legittimazione” del fondo,  non ricevendo alcuna risposta. Impugnano pertanto il silenzio dell’amministrazione, la quale resiste eccependo innanzitutto il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in favore del Commissario liquidatore per gli usi civici. Il Tar, facendo applicazione dei consolidati principi, stabilisce che vi è competenza esclusiva del Commissario liquidatore tutte le volte in cui si faccia questione della natura civica del suolo. Ove però questa sia incontestata tra le parti, è nella giurisdizione del giudice amministrativo la domanda  verso l’ingiustificato silenzio della pubblica amministrazione che, ricevendo l’istanza di affrancazione-legittimazione, deve comunque al cittadino istante una risposta, positiva o negativa, stante anche il chiaro disposto della legislazione regionale in materia.

T.A.R. Puglia Bari Sez. III, Sent., 08-07-2015, n. 976

Il giudicato della sentenza commissariale comprende sempre l’accertamento della qualitas soli, indipendentemente dalla tutela richiesta con l’atto introduttivo. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 15 giugno 2015, n. 12390

La corte di cassazione fa applicazione del suo tradizionale orientamento per meglio precisare i confini del giudicato sostanziale della sentenza del commissario liquidatore.
Il fatto: un privato risulta soccombente in un giudizio commissariale, ultimato con una sentenza della cassazione nel lontano 1957; a seguito di questa pronuncia, il comune viene immesso nel possesso del fondo gravato dai diritti di promiscuo godimento, individuato secondo talune particelle catastali.
Molti anni dopo, gli aventi causa citano il Comune in giudizio perché, a loro dire, esso si sarebbe impossessato di una superficie maggiore rispetto a quella oggetto di quel giudizio.

Il Comune si difese con l’eccezione di giudicato, che venne accolta tanto dal Tribunale adito in primo grado, quanto dalla Corte d’Appello.
L’attore ricorre in Cassazione, adducendo come motivo di ricorso quello per cui mentre la decisione del Commissario per la liquidazione degli usi civici che aveva originato il primo processo verteva in materia possessoria (essendo stato a lui chiesto da parte del Comune la reintegra nel possesso dei terreni che, occupati da privati all’epoca, erano risultati di demanio civico a una successiva verifica), la domanda che aveva iniziato l’attuale procedimento era di natura petitoria.
La Corte rileva come la sentenza della Corte d’Appello impugnata col ricorso aveva innanzitutto determinato che la lontana sentenza commissariale aveva accertato che anche i fondi che venivano rivendicati nel presente giudizio come di piena proprietà degli attori dovevano ritenersi in realtà compresi nel demanio civico gestito dal Comune, sulla base di una serie di rilievi e argomenti non più discutibili.
Essi quindi sono coperti dal giudicato fra le parti, visto che comunque la sentenza commissariale ha sempre un oggetto suo proprio, l’accertamento dell’esistenza della natura dei diritti di civico godimento su un determinato terreno, che è naturalmente prodromico a qualsiasi altra statuizione, di natura possessoria come petitoria.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 15 giugno 2015, n. 12390

 

Notaio e usi civici. Un’analisi della recente giurisprudenza di merito.

E’ tornato di attualità in questi giorni il ruolo del notaio nella stipula di un immobile gravato da usi civici. Da una parte, la campagna twitter contro il ridimensionamento del ruolo del notaio contenuto nel ddl c.d. “liberalizzazioni” con l’hashtag #rottamalatutela, evidenzia quotidianamente come tra le competenze proprie (e insostituibili) del notaio vi sia quella di tutelare il cittadino da “usi civici, livelli e privilegi”. Dall’altra, una sentenza del Tribunale di Avezzano (la si può vedere sul sito www.expartecreditoris.it a questo link) riapre il dibattito sulla responsabilità del notaio per il mancato rilevamento di usi civici sull’immobile oggetto di un suo atto. La sentenza abruzzese riprende quella del Tribunale di Napoli, VIII sez. civile, del 6 marzo 2014.

Entrambe le pronunce mostrano le difficoltà che la disciplina attuale degli usi civici pone al giudice civile, che è portato a trovare certificazione della loro esistenza in registri che non esistono, o che comunque non possono dare pubblica fede di questo fatto.

Il Tribunale di Napoli condannò un notaio, e per esso la sua assicurazione, a rifondere un istituto bancario che non aveva potuto pignorare l’edificio sul quale aveva costituito ipoteca a seguito della stipula di un mutuo, perché costruito su terreno gravato da usi civici. Il consulente tecnico nominato dal giudice dell’esecuzione aveva potuto agevolmente conoscere dell’esistenza di usi civici sul terreno chiedendo all’ufficio usi civici della Regione Campania. Lo stesso consulente aveva poi svolto delle indagini “catastali storiche”, da cui emergevano “elementi dai quali poter senz’altro desumere la sussistenza di un “canone” o “livello” gravante a carico del fondo di cui si tratta ed in favore del Comune di Castelvolturno”.

In questo ragionamento si celano due errori e una contraddizione.

Il primo errore è nel ritenere che le Regioni tengano registri dotati di effetto legale quanto all’esistenza di usi civici. Vero che le Regioni hanno spesso promosso delle verifiche demaniali, e che anzi hanno rivendicato a sé questo potere con proprie leggi, ma queste attività amministrative non possono accertare con efficacia di giudicato l’esistenza di diritti reali, quali sono per definizione gli usi civici. Ciò compete esclusivamente al giudice naturale precostituito per legge, ossia al Commissario liquidatore degli usi civici, cui può essere sempre chiesto di accertare l’inesistenza di diritti di civico godimento, anche ove questi siano stati accertati dalla verifica amministrativa della Regione o del Comune. Malgrado le leggi regionali dicano in genere che le verifiche demaniali divengano esecutive ove non opposte in un breve termine dalla loro pubblicazione, il soggetto che ha interesse ha sempre il diritto di adire il Commissario, perché dinanzi a lui non si discute della legittimità dell’atto in sé, ma dell’esistenza o meno della situazione giuridica reale che lo giustifica.

Il secondo errore è nell’identificare il livello intercorrente tra il Comune e il privato con l’uso civico.

Qui è la contraddizione: se esiste il primo, non può esistere il secondo.

Un “livello” tra un Comune e un privato può esistere solo come parte di un procedimento di liquidazione degli usi civici: il bene soggetto a diritti di promiscuo godimento veniva frazionato tra i legittimari, in modo che ciascuno avesse il dominio utile ma esclusivo di una porzione del più ampio compendio. E’ anche il procedimento seguito dalla legge in vigore, la n. 1766 del 1927, per le terre atte alla coltura agraria (c.d. categoria b). Ove però sulle iscrizioni catastali si trova il termine “livello” e non quello di “canone enfiteutico” si può essere ragionevolmente sicuri che non si tratta di una liquidazione ai sensi della legge del 1927, ma di una più antica procedura. Per la Campania, si parla ovviamente della legge di eversione della feudalità promulgata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte e ben nota agli specialisti.

Se ciò è, tuttavia, è evidente che non si può parlare di uso civico, e che quindi ben avrebbe potuto la banca esecutante chiedere, anche in via di surroga del proprio debitore, la declaratoria di inesistenza del diritto civico al Commissario competente, come l’intervenuta interversione del possesso e usucapione del fondo da parte dei danti causa del debitore stesso.

Il livello di cui alla legislazione napoleonica deve ritenersi infatti soggetto a prescrizione, a differenza del canone enfiteutico di cui alla l. n. 1766/27.

Il Tribunale di Avezzano segue quello di Napoli nel primo errore. Per questa sentenza, il registro prescritto dall’art. 5 del R.D. 26 febbraio 1928 n. 332, di attuazione della l. 1766 del 1927, e tenuto presso i Commissariati, non è strumento sufficiente per accertare l’esistenza o meno degli usi civici sul territorio, per cui il Notaio è negligente se non consulta anche la Regione. Argomento fallace, poiché il registro del Commissario si basa su un accertamento giudiziale e in contraddittorio di un diritto, mentre le notizie regionali sono frutto di una semplice attività amministrativa. Questa differenza è ben evidenziata dallo studio n. 777 (21 maggio 1994) della Commissione Studi del Consiglio nazionale del notariato, che il Tribunale di Avezzano cita, ritenendone però insufficienti le conclusioni.

Su tutto è, ancora una volta, l’inerzia del legislatore, il quale dovrebbe, a quasi novant’anni dalla legge del 1927, disciplinare organicamente la materia. Una disciplina che, in ogni caso, non potrà prescindere dalla Costituzione, la quale vuole che dei diritti – quali sono per definizione gli usi civici – possa conoscere solo il giudice, non la P.A.

Tribunale di Napoli Sentenza 6 marzo 2014

Lo sfruttamento di cave di marmo in proprietà di amministrazioni separate di beni di uso civico rappresenta un esercizio degli stessi usi civici? A margine della sentenza T.R.G.A. Trentino-Alto Adige Bolzano, 11 marzo 2015, n. 72

Il T.R.G.A.  Trentino Alto Adige Bolzano ha segnato un nuovo capitolo in una annosa vicenda, concernente lo sfruttamento di cave di marmo in proprietà di due amministrazioni separate di beni di uso civico,  situate nel territorio del Parco nazionale dello Stelvio.   Fino al 2000 una sola società aveva in gestione la coltivazione dei marmi  di entrambe le ASBUC.  La stessa società  aveva predisposto per il trasporto dei marmi un complesso sistema di funi, piani inclinati e binari,  di sua proprietà.  Nel 2004 il Comune di Silandro  mettere in gara la concessione  per la coltivazione dei marmi della ASBUC di Covelano,  garantendo poi alla società vincitrice la possibilità di trasportare i marmi a valle attraverso il più economico utilizzo  di una strada forestale,  che fu classificata dal Comune come strada comunale e finanche espropriata.

La Provincia autonoma di Bolzano nel 2013 dispose, con una serie di atti,  che il trasporto dei marmi a valle dovesse avvenire con le tradizionali infrastrutture di piano inclinato e binari, ritenute meno invasive dell’ambiente. Il Comune di Silandro  impugnò questi atti dinanzi al giudice amministrativo,  attraverso vari mezzi. Il TRGA  respinge il ricorso, con la sentenza che pubblichiamo, ritenendo che la motivazione dell’amministrazione sia sufficiente e congrua.

In particolare, al rilievo del Comune di Silandro  per cui l’amministrazione provinciale costringe in realtà la società concessionaria dell’escavazione dei marmi a servirsi delle infrastrutture di un’altra società privata, il TRGA  risponde che questo è l’unico mezzo autorizzato dall’amministrazione del Parco nazionale dello Stelvio, il che ripropone, sia pure indirettamente, l’annosa questione se gli enti di gestione  di un parco nazionale possano, con i propri atti amministrativi, vincolare l’esercizio delle proprietà  collettive variamente esistenti sul territorio del parco.

Il rilievo più interessante la sentenza, tuttavia, e nel rigetto di un ulteriore mezzo di impugnazione del Comune, il quale riteneva che gli atti impugnati,  impedendo alla concessionaria di servirsi della strada forestale, violassero la legge provinciale numero 10 del 1990 (Norme sulla circolazione con veicoli a motore in territorio sottoposto a vincolo idrogeologico), la quale dispone all’articolo quattro comma tre che : “Possono essere autorizzati al transito sulle strade chiuse, nonché sui terreni di cui all’articolo 2 i lavoratori agricolo/forestali, gli addetti ai servizi ed ai rifornimenti, i titolari di uso civico per l’esclusiva fruizione del loro diritto limitatamente al solo espletamento dei servizi o lavori connessi, nonché gli ospiti pernottanti in esercizi ricettivi alberghieri ed extra alberghieri comunque muniti di regolare licenza di esercizio e raggiungibili esclusivamente dalla strada chiusa al traffico.”

Il tribunale, nello specifico, ritiene che questa norma si applichi “non a tutti i titolari di usi civici, bensì soltanto a quelli agricolo- forestali”, cosa che, per il vero, non si ritrova nella lettera della legge, la quale parla di “lavoratori agricolo forestali”, tenendo queste categoria  distinta e separata  rispetto a quella dei “titolari di uso civico”, quali subiscono la specifica limitazione di poter transitare sui “terreni protetti” di cui all’articolo due della stessa legge  solo per “l’espletamento dei servizi o lavori connessi”.

Il che ci riporta al cuore del problema: o il terreno gravato da diritti di promiscuo godimento può essere adoperato dai titolari di questi medesimi diritti solo per attività agrosilvopastorali, o possa essere gestito in autonomia dagli stessi titolari, in funzione diretta dell’esercizio di usi sul territorio. Se si propende per questa seconda tesi, allora anche l’estrazione marmifera,  pure concessa a terzi,  diviene un momento di esercizio dell’uso civico e come tale dovrebbe dare il titolo al passaggio sulla strada in terreno protetto, restando innegabile che tale attività sia  un “servizio o lavoro connesso” all’uso dei diritti collettivi.

 

T.R.G.A. Trentino-Alto Adige Bolzano, Sent., 11-03-2015, n. 72

La cassazione ribadisce, dopo la Corte Costituzionale, che il commissario liquidatore può acquisire d’ufficio la prova della demanialità civica. Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 ottobre 2014 n. 22177

Pubblichiamo la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha deciso il ricorso dopo l’ordinanza 11 febbraio 2014, n. 21 della Corte Costituzionale  con cui è stata dichiarata la legittimità,  pur a fronte della nuova formulazione dell’articolo 111 Cost., del potere del Commissario per la liquidazione gli usi civici di iniziare d’ufficio il procedimento innanzi a sé.
Nella fattispecie in esame, il Commissario per la liquidazione degli usi civici dell’Abruzzo aveva iniziato nel 1993 un procedimento d’ufficio per il riconoscimento della natura demaniale civica dei fondi siti nel Comune dell’Aquila e oggetto di occupazione da parte di un privato, su segnalazione di alcuni cittadini. Il privato propose appello dinanzi alla Corte d’appello di Roma, sezione specializzata usi civici, che lo rigettò, respingendo in via preliminare l’eccezione circa la nullità dell’intero processo perché iniziato d’ufficio dal commissario. Riprodotta questa questione in uno specifico motivo di ricorso per cassazione, la Corte sospese il giudizio sollevando questione di legittimità costituzionale poi risolta nel senso sopraddetto.
Riassunto il giudizio dinanzi a sé, la Corte di Cassazione respinge gli altri due motivi di ricorso, entrambi attinenti al principio dell’onere probatorio nel giudizio commissariale.

Con il primo, il ricorrente  evidenziava come l’unica verifica demaniale che si era tenuta per quel luogo, del 1941, doveva ritenersi priva di effetti perché mancante -a causa degli eventi bellici- dell’autorizzazione prevista dall’articolo 30 del rd. n. 332 del 1928. In particolare, tale verifica non risultava mai stata notificata agli interessati, e quindi priva della seppur minima presunzione di legittimità. Il tutto, proseguiva il ricorrente, in un territorio in cui non erano stati riscontrati demani civici in favore delle università nel cui territorio si trovavano i fondi oggetto del giudizio.  la loro natura demaniale non poteva pertanto presumersi, e in ogni caso – questo l’oggetto del secondo motivo di ricorso- l’attenuazione dell’onere della prova, generalmente accettata nel caso del giudizio commissariale, non poteva comportare che il Commissario si sostituisse in toto al Comune, totalmente inerte, nell’ istruzione probatoria.

La Cassazione ritiene questi motivi connessi, li esamina congiuntamente e li respinge perché  “considerata la particolare materia degli usi civici” il Commissario e, successivamente, la Corte d’appello, potevano ben porre a base della propria decisione risultanze la verifica demaniale del 1941, ancorché non valida nella sua sostanza di atto amministrativo, oltretutto considerando che  la decisione non conseguiva soltanto a tale verifica.

La corte conferma così il suo tradizionale orientamento, espresso da ultimo nella sentenza numero 6165 del 16 marzo 2007, per cui il commissario può acquisire d’ufficio la prova della demanialità civica (disponendo un’indagine storico documentale affidata ad un professionista particolarmente esperto nella materia)  come conseguenza del suo potere di iniziare d’ufficio l’intero procedimento.

Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 ottobre 2014, n. 22177

La proprietà collettiva chiusa: una realtà da liquidare per la Corte di Cassazione? Cass. civ. Sez. II, Sentenza 20 novembre 2014 n. 24714

La Corte di cassazione manca con questa sentenza l’occasione di tracciare una distinzione tra il regime ordinario degli usi civici e quello proprio nelle singole realtà di proprietà collettiva cosiddette “chiuse”.

Questo il caso: nel 1995 una comunanza agraria cambia il proprio statuto, e stabilisce che i suoi terreni saranno aperti all’uso di tutti cittadini residenti nel suo territorio di riferimento. Si oppongono taluni utenti che, proprietari privati di fondi confinanti, ritengono che il titolo originario di proprietà collettiva ne limitasse l’uso esclusivamente a loro. Gli stessi, invece che ricorrere al giudice amministrativo contro la delibera di approvazione del nuovo statuto, presentano ricorso dinanzi al competente Commissario per la liquidazione degli usi civici, chiedendo che fosse da lui accertato e dichiarato il diritto di “proprietà collettiva di natura privata” dei beni intestati alla comunanza agraria. Il Commissario rigettò il ricorso, decisione che fu confermata in sede di reclamo dalla Corte d’appello di Roma. Questa ritenne che esulasse dalla propria competenza ogni decisione circa la legittimità dello statuto, e che pertanto non avesse rilevanza la domanda dei ricorrenti, i quali non contestavano l’esistenza dell’uso civico, ma solo la sua titolarità. Su tale questione soccorreva l’art. 1 della l. 1766 del 1927, secondo cui le terre delle associazioni agrarie seguono il regime degli usi civici delineato in generale dalla legge e pertanto, secondo quanto stabilito dall’art. 26 della stessa, devono ritenersi aperte all’uso di tutti i residenti.

La Corte, esaminando il primo motivo di ricorso, stabilisce che l’art. 26 della l.1766/1927, vietando la costituzione di nuove associazioni per il godimento promiscuo di terre, ha disposto che i terreni di uso civico delle associazioni siano aperti all’uso di tutti i cittadini del Comune o della frazione, salvo che si tratti di diritti spettanti “ a determinate classi di persone per disposizione speciale di leggi anteriori o per sentenza passata in giudicato”. La Corte soggiunge a quel punto che l’affrancazione in favore di tutti gli utenti ai sensi dell’art. 12 della l. n. 397 del 1894 non integri l’eccezione stabilita dall’art. 26 della l. n. 1766/1927.

Il punto è che l’affrancazione di quelle che la legge del 1894 chiamava “servitù” si traduceva nella creazione di una proprietà collettiva. L’argomento della Corte di Cassazione prova pertanto troppo: ogni proprietà collettiva nata dalla l. n. 397/1894 dovrebbe pertanto essere sostanzialmente liquidata, mercé l’apertura delle sue terre all’uso diffuso dei residenti. Una soluzione che presenta più di un dubbio di costituzionalità.

 

Cass. civ. Sez. II, Sent., 20-11-2014, n. 24714

 

Gli usi civici dell’Isola di Dino. Il Consiglio di Stato pare dimenticare l’esistenza del Commissario liquidatore. Consiglio di Stato Sez. IV, Sentenza 12 febbraio 2015, n. 744.

Il Consiglio di Stato conferma in appello una sentenza altrimenti censurabilissima, la pronuncia del T.A.R. Calabria –  Catanzaro, Sez. I, n. 934 del 29 giugno 2011, sui supposti usi civici dell’Isola di Dino.

La vicenda è ben riepilogata dalla narrativa delle due pronunce: con delibera regionale n. 201 del 2005, l’intero territorio dell’Isola di Dino veniva accertato come di uso civico, e assoggettato alla categoria a) (bosco e pascolo) ai fini della l. 1766/1927.

Tutto qui, va detto, atteso che la narrativa delle pronunce si attarda a ricordare che il contratto con cui il Comune di Praia a Mare vendette l’intera isola nel 1962 prevedesse “molteplici condizioni servitù in favore della cittadinanza,tra le quali il diritto di approdo e attracco, il diritto di passaggio su strade e piazze”: diritti, questi, che nulla hanno a che fare con gli usi civici, i quali oltretutto non possono essere costituiti per previsione contrattuale, almeno non dopo l’entrata in vigore della l. 1766 del1927, che vieta espressamente la ricostituzione di nuovi diritti collettivi.

La società ricorrente fece quindi istanza al Comune ai sensi della L.R. Calabria n. 18 del 2007 per l’affrancazione degli usi civici. Il Comune la respinse, con una motivazione che le stesse sentenze definiscono “sintetica”. La società presentò quindi due ricorsi: uno per l’annullamento della delibera n. 201/2005 con cui si accertavano gli usi civici, l’altra contro il diniego dell’affrancazione.

Il T.A.R. Catanzaro respinse il ricorso contro il Comune di Praia a Mare, nel quale fu riproposta la censura verso la delibera regionale, affermando che questa doveva ritenersi tardiva, e che comunque il suo annullamento sarebbe stato irrilevante, visto che il provvedimento comunale non conseguiva a quel provvedimento, ma aveva oggetto diverso. Il Comune non accertava l’esistenza di usi civici, ma negava la loro liquidazione nelle forme della L.R. 18/2007 poiché non erano ” intervenuti accadimenti tali da ritenersi idonei a modificare la sussistenza della situazione accertata nella relazione del dott. Ricucci e fatta propria dalla deliberazione regionale n. 201/2005.”

Nel merito, il T.A.R. respingeva la tesi della ricorrente, per cui il Comune non avrebbe alcuna discrezionalità nel decidere sulla liquidazione degli usi civici ai sensi della legislazione regionale, che dovrebbe conseguire di diritto una volta accertati nell’istante il possesso dei requisiti di legge.

Il Consiglio di Stato fa oggi propria questa ricostruzione, rigettando l’appello, con due argomenti che destano più di una perplessità.

Il primo: sarebbe stato legittimo per il Comune motivare con un semplice richiamo alla delibera regionale “anche in considerazione del brevissimo lasso di tempo decorso tra la detta delibera e il provvedimento qui impugnato, tale da rendere estremamente improbabile che un vincolo, accertato appena tre anni e mezzo prima, potesse già essere divenuto meramente “formale” nel senso sostenuto dalla istante”.

Il secondo: giusta la valutazione di tardività dell’impugnazione della delibera regionale (“che è il vero atto lesivo della posizione giuridica soggettiva della società istante”) poiché, “in quanto impositiva di un vincolo reale sulla proprietà della società interessata (ossia l’uso civico), avrebbe dovuto essere tempestivamente impugnata dal proprietario del suolo interessato”.

L’uso civico – concordi finora dottrina e giurisprudenza – non è un vincolo che viene posto in via amministrativa, ma un diritto reale diffuso preesistente all’ordinamento giuridico attuale che, prima di essere o meno liquidato nelle forme oggi devolute alla legislazione regionale, deve essere accertato dal giudice naturale precostituito dalla legge per questo scopo, il Commissario liquidatore degli Usi civici competente per territorio. Il provvedimento con cui la P.A. effettua la ricognizione degli usi (in genere definito “verifica demaniale” dalle legislazioni regionali) non può accertarli in modo definitivo e indiscutibile, né può “crearli”, come la terminologia adottata dal Consiglio di Stato sembra suggerire.

L’accertamento definitivo dell’uso civico avviene solo con la sentenza del Commissario, che avrebbe dovuto essere adito dalla Regione a questo scopo, ma cui può rivolgersi in qualsiasi momento il proprietario privato per lo scopo opposto. Ciò consegue a un principio finora indiscutibile nella giurisprudenza amministrativa e civile, cui viceversa il Consiglio di Stato sembra sottrarsi: vi è giurisdizione esclusiva del Commissario liquidatore ogni qual volta la pretesa fatta valere nel giudizio coinvolga, seppur indirettamente, la questione della qualitas soli, l’esistenza cioè di usi civici s un dato terreno.

Non era quindi onere del ricorrente impugnare la delibera nei 60 giorni dalla pubblicazione, ma onere del T.A.R. e poi del Consiglio di Stato denegare la propria giurisdizione in favore di quella commissariale. Il fatto che la ricorrente avesse deciso erroneamente la via del giudizio amministrativo piuttosto che quella del giudizio commissariale non muta i termini della questione, visto che la stessa, nonostante il giudicato amministrativo sul provvedimento del Comune negatorio della liquidazione, ha ancora il diritto di rivolgersi al Commissario per chiedere una pronuncia di inesistenza degli usi civici sull’isola.

Cons. Stato Sez. IV, Sent., 12-02-2015, n. 744